La ricerca di oblio di un suicida, nel suo viaggio nell’aldilà, accompagnato dai rimorsi e dei ricordi di chi ha lasciato indietro, lascia intravedere al suo posto una strada verso una seconda possibilità.
(scritto il 5 ottobre 2021)
Il Merlo Blu
Non ho giustificazioni, mia cara Iris: alla fine ho tradito la tua fiducia. Non saprei neanche come spiegarmi: anche adesso, dopo tanto tempo, tutto ciò che mi è passato per la testa nei miei ultimi momenti mi pare un grosso groviglio impossibile da sciogliere. Posso solo dirti che ero esasperato, disperato e soprattutto stanco, e che alla fine neanche pensare a te è stato sufficiente per salvarmi. Lo so che mi avevi fatto promettere di chiamarti qualora avessi voluto riprovare a fare qualcosa di veramente stupido, dopo quella volta, e io te l’ho promesso pure, quasi credendo che lo avrei fatto davvero. Fino all’ultima volta, chiamarti non mi è nemmeno servito: senza saperlo, mi hai salvato la vita molte più volte di quanto tu possa immaginare, quindi non ti sentire in colpa per questa volta che non è successo, perché la colpa è tutta mia, perché sono stato io a decidere di non chiamarti, pensando che avessi molto di meglio da fare. Non ti nego di essermi sentito finalmente sereno, quando ormai era troppo tardi per salvarmi, nonostante il dolore atroce: mi è sempre piaciuto vedermi sanguinare.
Alla fine mi sono addormentato, e credevo che sarebbe finita lì: oh Iris, quanto mi sbagliavo! Quando mi sono risvegliato, avevo il mio corpo accanto, pallido, in una pozza del suo stesso sangue, ancora aveva stretto in mano il coltello con cui mi ero pugnalato forse sette volte. Qualcosa però era cambiato: anche la schiena era squarciata, e dal grosso squarcio cresceva un salice che quasi mi copriva del tutto con i suoi rami calanti. Pure il resto della mia casa era cambiato: il pavimento e i mobili erano diventati grigi di polvere, mentre le pareti e il soffitto si erano fatti neri di muffa, così come il nero era l’unica cosa che si vedeva fuori dalle finestre, i cui vetri rotti erano sparsi per terra. Non ho idea di quanto tempo fosse passato tra l’atto e il mio risveglio, né tantomeno ho idea di quanto tempo sia passato tra il mio risveglio e ora: forse intanto ti sei fatta vecchia, mia cara Iris, o forse sei morta anche tu… ma cosa stavo dicendo? Ah, sì. Sono uscito da una finestra, aspettandomi di tornare così al vuoto da cui tutti veniamo, ma non è stato così: temo che, nel momento in cui nasciamo, il vuoto ci chiuda per sempre le sue porte. Invece, sono finito in un bosco. Gli alberi qui sono molto alti; le loro chiome coprono quasi interamente il cielo, quindi è sempre buio ed è sempre molto, molto freddo… almeno questa idea che i vivi hanno della morte è vera; non hai idea di quanto darei per essere toccato anche solo da un raggio di sole, se solo avessi ancora qualcosa da dare!
Il bosco è molto vasto, ancora non mi è mai capitato di tornare due volte nello stesso punto, ma non ho nemmeno trovato nessun altro; la notte mi capita di vedere degli animali, o almeno credo che siano animali: la verità è che vedo solo degli occhi dietro ogni angolo, che mi scrutano nel buio, ma non riesco a capire le loro intenzioni. Vorrei dirti di non essere spaventato, che ormai non ho più niente da temere, ma mentirei. Come vorrei averti qui con me, Iris! Con te al mio fianco, sarei più coraggioso, diventerei la roccia a cui potresti appoggiarti, ma desidero invano: non saresti venuta mai in un posto del genere, neanche se lo avessimo scoperto insieme, prima che ti abbandonassi. Come ho potuto lasciarti, dopo tutto quello che hai fatto per me? Penserai sicuramente che sono il più ingrato tra gli ingrati, e avresti ragione. Se potessi tornare, anche solo per un’ora, la passerei implorandoti in ginocchio di perdonarmi di questo e di tutti gli altri torti che ti ho fatto, pur sapendo in cuor mio che se fossi in te non mi perdonerei. Vorrei tanto poter dimenticare tutto, vorrei dimenticare pure te, ma vorrei dimenticare soprattutto me stesso: in fondo è per questo che mi sono ucciso. Ma ahimè, la realtà è diversa: ricordo me stesso fin troppo bene, e ancora ti parlo come ho sempre fatto, anche se ora più che mai so che non puoi sentirmi. Insomma, non è cambiato poi così tanto: ho sempre confessato alla versione di te che mi porto dentro cose che non ho neanche mai osato accennarti per paura di ferirti o di spaventarti, dopo tutte quelle volte che l’ho fatto senza volerlo. Ogni volta che ti penso mi vengono in mente anche tutte quelle occasioni che ho perso, con te: chissà, forse se fossi stato più aperto con te non sarei finito così, forse anche tu saresti stata più aperta con me. Anche tu hai una versione di me, dentro di te, a cui confidi cose che non confideresti mai a me? Anche tu hai cercato di tenermi nascosti i tuoi demoni? Avrei dovuto accorgermene finché potevo, invece di fissarmi così egoisticamente sui miei. Se potessi vederti di nuovo, le uniche parole che ti direi sarebbero “Mi dispiace”, ma non ti vedrò mai più: hai sempre rispettato e temuto gli spiriti di luoghi come questo; mi pento di non averti creduto fino a quando io stesso non sono diventato uno spirito. Ricordi ancora i tuoi riti magici, vero? Li pratichi ancora, o il cinismo di tutti noi altri è riuscito a farti smettere? Se potessi, infrangeresti il tuo voto per richiamarmi tra i vivi?
–
Iris, non crederai mai a cosa sto per raccontarti, quasi non ci credevo nemmeno io. Ho visto un viandante, una persona in carne e ossa, o almeno credo. Mi sembrava perso come me, forse ancora di più; mi sono incuriosito e l’ho seguito, restando sempre una ventina di passi indietro, nascosto tra gli alberi: non sapevo se lui potesse vedermi, ma non volevo rischiare. Camminava a passo incerto ma frenetico, si guardava intorno e indietro molto più di quanto guardasse davanti a sé: immagino che stesse cercando una strada, o almeno che avesse una destinazione in mente, ma che non avesse idea di come arrivarci; mi ha fatto pensare a come neanche io abbia mai avuto una vera destinazione, né adesso né prima che arrivassi qui, quando avevo solo vaghi, irraggiungibili sogni. La tentazione di avvicinarmi e parlargli, magari consolarlo, o anche solo tenergli compagnia, è stata forte, ma ho desistito: non credo di avere il migliore degli aspetti, in questo momento, e non volevo rischiare di spaventarlo. In realtà non ho capito se fosse ancora vivo o morto come me, ma immagino che adesso sia troppo tardi per scoprirlo… ci hanno sempre detto che eravamo due timidi, non è vero? Chissà come abbiamo fatto a rompere la nostra timidezza per conoscerci, tutti quegli anni fa… non mi piace credere nel destino, ma forse è stato veramente merito suo.
Dopo il tramonto, quando le ombre del bosco si fanno ancora più grandi, il viandante si è fermato e io con lui. All’inizio non ho visto cosa lo avesse fatto fermare, ma sentivo un suono che non avevo mai sentito prima, qui: uno scrosciare di acqua. Approfittando del buio, mi sono azzardato ad avvicinarmi di più, nascondendomi dietro un altro albero. Ciò che ho visto mi ha lasciato ipnotizzato: era una fontana, alta e sottile come tutti gli alberi di questo bosco, la cui acqua emetteva una leggera luce argentea. Il viandante aveva sete, era ovvio – chissà da quanto tempo stava viaggiando – e non ha esitato un momento prima di inginocchiarsi e bere l’acqua della fontana; poi ha sollevato di nuovo la testa ed è rimasto immobile, come una statua. Sono rimasto dietro il mio albero, ad aspettare che si rialzasse e riprendesse il suo cammino, ma non stava succedendo. Ho aspettato, e aspettato, e aspettato ancora, ma iniziavo a preoccuparmi: alla fine la mia preoccupazione ha avuto la meglio sul mio timore di farmi vedere e sono uscito dal mio nascondiglio per avvicinarmi ancora di più.
Gli occhi del viandante erano vacui, persi nel vuoto; sono stato sicuro che non era completamente paralizzato solo quando l’ho visto sbattere le palpebre. Stavo per parlargli, ma in quello stesso momento si è alzato in piedi e ha iniziato a guardarsi attorno: ha rivolto il suo sguardo anche alla mia direzione, ma non credo che mi abbia visto; dopo un momento di disorientamento, ha ricominciato a camminare, ancora più incerto di prima e senza la frenesia; stava tornando indietro, ma non sembrava che se ne fosse accorto. L’ho seguito di nuovo, stavolta camminandogli accanto; ho capito cosa fosse successo quando si è fermato e si è seduto sotto un albero: inizialmente pensavo che fosse solo per riposarsi, ma poi ha iniziato a guardarsi le mani, poi le gambe, poi tutto il resto del proprio corpo che riuscisse a vedere, senza riconoscersi. Era confuso, ancora più di quanto già fosse prima, ma era anche più sereno: la fontana lo aveva fatto cadere nell’oblio, adesso neanche sapeva che non riconoscersi non è la norma.
Ora sono di nuovo qui, davanti alla fontana, e non so cosa fare. Una parte di me vorrebbe bere la sua acqua argentea, perché in fondo è esattamente ciò che cercavo, quando mi sono accoltellato sette volte: ancora adesso vorrei dimenticare il mio io, tutti gli errori che ho commesso e a cui non posso più porre rimedio, e vorrei dimenticare la mia ultima colpa, quella di averti lasciato. Ma così dimenticherei anche te, mia cara Iris: in passato ho detto di volerlo, ma ora che la possibilità mi è veramente davanti, non ne sono più tanto sicuro. Voglio veramente finire ciò che ho iniziato? E se invece potessi tornare indietro? Il mio corpo è morto, ma voglio uccidere anche la mia anima? Mille occhi mi stanno scrutando tra gli alberi, aspettando che io prenda una decisione, ma non sono mai stato tanto bravo nelle decisioni: insomma, l’ultima decisione che abbia mai preso è stata pessima! Iris, tu al posto mio cosa faresti?
…
E questo cos’è, che galleggia sull’acqua? Lo prendo: è un foglietto, ma è stranamente asciutto.
Uscirai da questo bosco, so che ce la puoi fare. Ti aspetto dall’altra parte.
Questa grafia tondeggiante è la tua: la riconoscerei tra mille altre. Sei veramente riuscita a mandarmi un messaggio, o è solo il bosco che mi sta mettendo alla prova? Neanche immaginavo che ci fosse un’uscita. Sarò davvero in grado di raggiungerla? Non sarebbe la prima volta che mi sopravvaluti. Però non posso non provarci: non posso rischiare di deluderti ancora. Tengo il biglietto stretto in mano e mi allontano dalla fontana: se mi stai aspettando davvero dall’altra parte, non posso più perdere tempo in indugi.
–
Dove devo andare per raggiungerti, Iris? Non ne ho idea, ma voglio arrivarci in fretta. Ho finito con le deviazioni: ho preso una strada e mi sono deciso a seguirla, senza neanche sapere se è quella giusta; immagino che lo scoprirò quando sarà finita. Gli occhi del bosco ancora mi osservano, ma non mi fanno più paura, quasi non li noto: ho cose più importanti a cui pensare.
Ricordo ancora il tuo volto? Credo di sì, ma non posso esserne certo: potresti essere cambiata, da quando ti ho lasciato. Sarò in grado di riconoscerti, quando ti rivedrò? Ti rivedrò veramente? Mi sembra troppo bello per essere vero. Più vado avanti, più passano i giorni senza che nulla cambi, più mi convinco che il tuo messaggio in realtà sia stato solo un inganno. In effetti, perché mai dovresti ancora cercarmi o aspettarmi? Avevamo pure altri amici, io e te: non vedo perché non avresti dovuto tornare da loro, per consolarti del mio tradimento. Onestamente, cosa potevi aspettarti da uno come me? Cosa avevi visto in me, quando decidesti che sarei stato il tuo migliore amico? Sono sicuro che un’anima pure come te non avrebbe avuto difficoltà a trovare di meglio. Non posso permettermi di fermarmi, però, nella remota possibilità che invece sia tutto vero. E cosa succederà quando sarò fuori, quando ti avrò rivisto? Tu sarai in grado di vedermi, o mi guarderai attraverso come quel viandante? Mi riconoscerai? Non so neanche io quanto sia cambiato, dall’ultima volta che mi hai visto, oppure se sono rimasto sempre lo stesso. Nella fontana c’era l’oblio, la morte vera, ma cosa c’è fuori da questo bosco, insieme a te? Una nuova vita, forse, un’opportunità per ricominciare? Quello sì che sarebbe troppo bello per essere vero.
Non vorrei essere troppo ottimista, ma credo di vedere un barlume di speranza: non so se sono i miei occhi a essere cambiati, ma mi sembra che il bosco sia più… dolce, non saprei in che altro modo descriverlo. Mi capita più spesso di trovare fiori sparsi per la via, al posto delle solite erbacce. Ne colgo qualcuno: vorrei donarteli appena ci rivedremo, una magra offerta in cambio del grande dono che mi stai facendo tu, lo so, ma prendili più come una promessa, perché sono disposto a ripagare tutto con gli interessi. Sembra addirittura che, ogni tanto, qualche raggio di sole riesca a superare gli alberi e a toccare terra. Ho tanto desiderato di essere di nuovo sfiorato dalla luce, però ho paura di avvicinarmi: non vorrei vedere che mi passasse attraverso. Avresti mai immaginato che sarei finito così, terrorizzato dalla luce del sole? A pensarci mi viene da ridere.
Più vado avanti, però, più la luce è difficile da evitare, è quasi accecante: non sono più abituato. Davanti a me c’è un ponte, oltre il quale la luce sembra ancora più forte e inevitabile. Sto facendo la cosa giusta, a continuare? C’è veramente una nuova possibilità per me, là dove la luce è più forte delle tenebre, oppure il sole incenerirà quel che resta di me? Oh Iris, tu al posto mio cosa faresti? Rischieresti tutto e correresti verso la luce, o resteresti nell’ombra, così fredda ma così sicura? I mille occhi che mi scrutano sono spariti: sono veramente solo, ora. Tu e mille altri avete cercato di insegnarmi che sbagliare è normale, ma anche tu saresti d’accordo nel dire che questa è un’eccezione: non posso, non posso sbagliare!
Porto un piede avanti, ma con l’altro resto indietro, e intanto il giorno avanza. Che razza di folle sono stato, ad arrivare fin qui per raggiungere qualcosa di impossibile? Come ho potuto pensare di meritare una seconda possibilità? Mi dispiace, Iris, non posso farcela… non posso farcela, ma devo provare: devo farlo per te.
Attraverso il ponte e cammino nella luce: come immaginavo, sono sbiadito, mi vedo appena, e la luce brucia. Svanirò presto, non è vero? E immagino che dall’altra parte neanche ti troverò più: ho indugiato troppo, ormai tutto questo è inutile, ma non posso più fermarmi. Ormai sono fuori dal bosco.
–
Ho trovato una grotta per la via e l’ho accolta come un’oasi nel deserto. È piccola e stretta, ma non m’importa, anzi è quasi meglio: l’importante è che sia un rifugio sicuro. Ancora mi sento bruciare, Iris! Temo veramente di non riuscire a raggiungerti da solo, ho bisogno del tuo aiuto. Sei riuscita a parlarmi una volta, puoi farlo di nuovo? Riesci a sentire ciò che sto cercando di dirti?
Il giorno, intanto, si è trasformato in notte: anche la luna qui è più luminosa, devo ammettere che la vista è bellissima. Vorrei tanto che potessi goderne anche tu, magari proprio qui, insieme a me.
Ci sono dei passi; non ne sento da quando ho visto quel viandante bere dalla fontana. La curiosità mi fa sporgere dal mio rifugio. Qualcuno si sta avvicinando… qualcuno… non è affatto “qualcuno”. Non posso credere a ciò che vedo. Iris! Sei proprio tu! La luce argentea della luna ti dona, ti fa sembrare una dolce ninfa dei boschi; il tuo viso è ancora quello di una bambina, nonostante tutto. Iris! Guarda, sono qui, ti ho portato dei fiori! Non mi vedi? Non mi vedi, vero? Come ci sei finita qui? Sei venuta per aiutarmi, o sei caduta in basso insieme a me? Eppure mi sembri così determinata, come raramente ti ho visto prima.
Esco fuori dalla grotta e ti vengo incontro: voglio capire cosa stai facendo. Hai disposto delle pietre colorate in cerchio; ora stai leggendo da un libretto… aspetta, lo conosco! È il libro dei tuoi riti!
…
Certo che ti sento! Perché guardi in alto? Io ti sto proprio accanto! Provo a toccarti una spalla, per farti capire che ti sono vicino; ti viene un brivido.
…
Ti trema la voce, sembri un cucciolo spaventato. Vorrei tanto abbracciarti, in questo momento, ma che lo faccio a fare se non puoi sentire il mio calore? Invece faccio ciò che mi chiedi: prendo le tre pietre dai colori più caldi, mi posiziono davanti a te e le pongo alla mia destra; tu metti le altre tre alla mia sinistra…
E adesso che succede? Il cielo è diventato di mille colori e la terra sotto i nostri piedi è sparita, ma non stiamo cadendo; al contrario, io non riesco proprio a muovermi. Tu, invece… hai iniziato a danzare. Non ti ho mai vista danzare, prima, ma lo fai come se fosse la cosa più naturale del mondo. Il tuo corpo mi farebbe pensare che stai improvvisando tutto dal cuore, ma la tua fronte corrugata ti tradisce: quelli che stai facendo tutto intorno a me sono passi ben precisi, sai bene cosa stai facendo. La senti anche tu questa musica in lontananza? Sembra quel tipo di musica che si sarebbe sentita per le strade delle città di secoli e secoli fa, ma è ancora così viva… chissà quanti riti come questo ha accompagnato, in passato. Non siamo poi così speciali, io e te: dovrei ricordarlo più spesso, magari così prenderò le mie pene meno sul serio. Immagino che tu già lo sappia, invece, non è vero? Lo sai che attraverso te stanno danzando centinaia e centinaia dei tuoi predecessori? Li vedo volteggiare con te, come ombre luminose e colorate. I tuoi passi si fanno più veloci, il ritmo si fa più contagioso: quanto vorrei unirmi a te in questa danza! Cerco con tutte le forze di rompere la mia paralisi, ma appena riesco a muovere leggermente almeno un piede, la musica tace e tutto torna nero.
–
L’aria mi entra nel petto come un pugno. È un urlo di dolore, quello che sento? Sì, ed è il mio: la smetto appena me ne accorgo. Lentamente mi abituo alla luce e i contorni della valle tornano definiti. Mi guardo le mani, mi tocco il corpo: è un corpo vero, la luce non mi rende più trasparente. Scusa, Iris, non volevo spaventarti, non guardarmi così! Aspetta, mi vedi? Mi vedi! No, dai, ti prego, non piangere: guarda, ti piacciono i fiori che ti ho portato? Aspetta, credo che siano lacrime di gioia… aspetta, sto piangendo anche io. Ancora stento a credere che sia successo davvero. Devi essere davvero stanca, poverina. Ancora fatico a credere di meritarmelo, ma mi darò un’altra possibilità: lo farò per te, perché i tuoi sforzi non siano stati vani. Grazie a te ho capito che il mio errore è stato avere la pretesa che la mia vita fosse solo la mia, che avessi il diritto di buttarla via a mio piacimento.
Ci sono così tante domande che vorrei farti, così tante parole che vorrei dirti, stavolta per davvero, ma adesso solo una cosa ha davvero importanza: possiamo di nuovo abbracciarci. Mi sei mancata.