Prima di tutto… Presentiamoci

Ehilà, siamo Sofia e il Merlo Blu, e vi diamo il benvenuto nel nostro blog! Dopo anni di sodalizio abbiamo deciso di crearci il nostro angolo sul web, lanciando la nostra bottiglia tra i milioni di altre bottiglie che infestano l’oceano della produzione letteraria italiana. Se anche solo qualche persona apprezzerà qualcosa di ciò che abbiamo scritto, ci riterremo più che soddisfatti.

Il nostro approccio alla scrittura (e alla vita in generale) è così diverso che ci abbiamo messo un’ora buona solo per accordarci sulle poche righe d’introduzione che avete appena letto. Perciò, ci pare appropriato presentarci individualmente.

Sofia

Sono Sofia Aleandri, nata nel 2002 e studentessa di Giurisprudenza. Sono sempre stata appassionata di scrittura, fin dall’infanzia, ma ho iniziato a dedicarmici seriamente dagli anni del liceo. Mi piace scrivere soprattutto di legami famigliari e storie calate nella realtà contemporanea; tuttavia, a volte mi piace sperimentare e uscire dalla mia comfort zone. Finora mi sono dedicata soprattutto alla scrittura di racconti, ma progetto e spero, in un futuro più o meno prossimo, di pubblicare romanzi. Per farmi conoscere nel mondo dell’editoria, partecipo a molti concorsi letterari, più o meno prestigiosi. Ho raggiunto il mio risultato più importante (per ora) nel 2024, quando sono stata tra i cinque finalisti del Premio Campiello Giovani e ho ricevuto la Menzione Speciale Giovani Imprenditori Confindustria per la Cultura d’Impresa.

Il Merlo Blu

bluebird (of happiness)” by Humphrey King is licensed under CC BY-SA 2.0.

Se fossi un essere umano, come scrittore non sarei granché, ma per fortuna, essendo solo un uccellino, il solo fatto che riesca a mettere due parole in fila è una gran meraviglia. Scrivo da quando ho memoria, ma allo stesso tempo sono sempre pieno di progetti in sospeso, sia di racconti sia di romanzi; amo le ambientazioni surreali e fiabesche e dare forme nuove (e possibilmente più interessanti) alle angosce quotidiane. Ho un paio di romanzi nel cassetto, e sto ristrutturando un terzo: se mai vedranno la luce del sole lo sa solo il Signore.

 
 

Iris

La ricerca di oblio di un suicida, nel suo viaggio nell’aldilà, accompagnato dai rimorsi e dei ricordi di chi ha lasciato indietro, lascia intravedere al suo posto una strada verso una seconda possibilità.

(scritto il 5 ottobre 2021)

Il Merlo Blu

Non ho giustificazioni, mia cara Iris: alla fine ho tradito la tua fiducia. Non saprei neanche come spiegarmi: anche adesso, dopo tanto tempo, tutto ciò che mi è passato per la testa nei miei ultimi momenti mi pare un grosso groviglio impossibile da sciogliere. Posso solo dirti che ero esasperato, disperato e soprattutto stanco, e che alla fine neanche pensare a te è stato sufficiente per salvarmi. Lo so che mi avevi fatto promettere di chiamarti qualora avessi voluto riprovare a fare qualcosa di veramente stupido, dopo quella volta, e io te l’ho promesso pure, quasi credendo che lo avrei fatto davvero. Fino all’ultima volta, chiamarti non mi è nemmeno servito: senza saperlo, mi hai salvato la vita molte più volte di quanto tu possa immaginare, quindi non ti sentire in colpa per questa volta che non è successo, perché la colpa è tutta mia, perché sono stato io a decidere di non chiamarti, pensando che avessi molto di meglio da fare. Non ti nego di essermi sentito finalmente sereno, quando ormai era troppo tardi per salvarmi, nonostante il dolore atroce: mi è sempre piaciuto vedermi sanguinare.

Alla fine mi sono addormentato, e credevo che sarebbe finita lì: oh Iris, quanto mi sbagliavo! Quando mi sono risvegliato, avevo il mio corpo accanto, pallido, in una pozza del suo stesso sangue, ancora aveva stretto in mano il coltello con cui mi ero pugnalato forse sette volte. Qualcosa però era cambiato: anche la schiena era squarciata, e dal grosso squarcio cresceva un salice che quasi mi copriva del tutto con i suoi rami calanti. Pure il resto della mia casa era cambiato: il pavimento e i mobili erano diventati grigi di polvere, mentre le pareti e il soffitto si erano fatti neri di muffa, così come il nero era l’unica cosa che si vedeva fuori dalle finestre, i cui vetri rotti erano sparsi per terra. Non ho idea di quanto tempo fosse passato tra l’atto e il mio risveglio, né tantomeno ho idea di quanto tempo sia passato tra il mio risveglio e ora: forse intanto ti sei fatta vecchia, mia cara Iris, o forse sei morta anche tu… ma cosa stavo dicendo? Ah, sì. Sono uscito da una finestra, aspettandomi di tornare così al vuoto da cui tutti veniamo, ma non è stato così: temo che, nel momento in cui nasciamo, il vuoto ci chiuda per sempre le sue porte. Invece, sono finito in un bosco. Gli alberi qui sono molto alti; le loro chiome coprono quasi interamente il cielo, quindi è sempre buio ed è sempre molto, molto freddo… almeno questa idea che i vivi hanno della morte è vera; non hai idea di quanto darei per essere toccato anche solo da un raggio di sole, se solo avessi ancora qualcosa da dare!

Il bosco è molto vasto, ancora non mi è mai capitato di tornare due volte nello stesso punto, ma non ho nemmeno trovato nessun altro; la notte mi capita di vedere degli animali, o almeno credo che siano animali: la verità è che vedo solo degli occhi dietro ogni angolo, che mi scrutano nel buio, ma non riesco a capire le loro intenzioni. Vorrei dirti di non essere spaventato, che ormai non ho più niente da temere, ma mentirei. Come vorrei averti qui con me, Iris! Con te al mio fianco, sarei più coraggioso, diventerei la roccia a cui potresti appoggiarti, ma desidero invano: non saresti venuta mai in un posto del genere, neanche se lo avessimo scoperto insieme, prima che ti abbandonassi. Come ho potuto lasciarti, dopo tutto quello che hai fatto per me? Penserai sicuramente che sono il più ingrato tra gli ingrati, e avresti ragione. Se potessi tornare, anche solo per un’ora, la passerei implorandoti in ginocchio di perdonarmi di questo e di tutti gli altri torti che ti ho fatto, pur sapendo in cuor mio che se fossi in te non mi perdonerei. Vorrei tanto poter dimenticare tutto, vorrei dimenticare pure te, ma vorrei dimenticare soprattutto me stesso: in fondo è per questo che mi sono ucciso. Ma ahimè, la realtà è diversa: ricordo me stesso fin troppo bene, e ancora ti parlo come ho sempre fatto, anche se ora più che mai so che non puoi sentirmi. Insomma, non è cambiato poi così tanto: ho sempre confessato alla versione di te che mi porto dentro cose che non ho neanche mai osato accennarti per paura di ferirti o di spaventarti, dopo tutte quelle volte che l’ho fatto senza volerlo. Ogni volta che ti penso mi vengono in mente anche tutte quelle occasioni che ho perso, con te: chissà, forse se fossi stato più aperto con te non sarei finito così, forse anche tu saresti stata più aperta con me. Anche tu hai una versione di me, dentro di te, a cui confidi cose che non confideresti mai a me? Anche tu hai cercato di tenermi nascosti i tuoi demoni? Avrei dovuto accorgermene finché potevo, invece di fissarmi così egoisticamente sui miei. Se potessi vederti di nuovo, le uniche parole che ti direi sarebbero “Mi dispiace”, ma non ti vedrò mai più: hai sempre rispettato e temuto gli spiriti di luoghi come questo; mi pento di non averti creduto fino a quando io stesso non sono diventato uno spirito. Ricordi ancora i tuoi riti magici, vero? Li pratichi ancora, o il cinismo di tutti noi altri è riuscito a farti smettere? Se potessi, infrangeresti il tuo voto per richiamarmi tra i vivi?

Iris, non crederai mai a cosa sto per raccontarti, quasi non ci credevo nemmeno io. Ho visto un viandante, una persona in carne e ossa, o almeno credo. Mi sembrava perso come me, forse ancora di più; mi sono incuriosito e l’ho seguito, restando sempre una ventina di passi indietro, nascosto tra gli alberi: non sapevo se lui potesse vedermi, ma non volevo rischiare. Camminava a passo incerto ma frenetico, si guardava intorno e indietro molto più di quanto guardasse davanti a sé: immagino che stesse cercando una strada, o almeno che avesse una destinazione in mente, ma che non avesse idea di come arrivarci; mi ha fatto pensare a come neanche io abbia mai avuto una vera destinazione, né adesso né prima che arrivassi qui, quando avevo solo vaghi, irraggiungibili sogni. La tentazione di avvicinarmi e parlargli, magari consolarlo, o anche solo tenergli compagnia, è stata forte, ma ho desistito: non credo di avere il migliore degli aspetti, in questo momento, e non volevo rischiare di spaventarlo. In realtà non ho capito se fosse ancora vivo o morto come me, ma immagino che adesso sia troppo tardi per scoprirlo… ci hanno sempre detto che eravamo due timidi, non è vero? Chissà come abbiamo fatto a rompere la nostra timidezza per conoscerci, tutti quegli anni fa… non mi piace credere nel destino, ma forse è stato veramente merito suo.

Dopo il tramonto, quando le ombre del bosco si fanno ancora più grandi, il viandante si è fermato e io con lui. All’inizio non ho visto cosa lo avesse fatto fermare, ma sentivo un suono che non avevo mai sentito prima, qui: uno scrosciare di acqua. Approfittando del buio, mi sono azzardato ad avvicinarmi di più, nascondendomi dietro un altro albero. Ciò che ho visto mi ha lasciato ipnotizzato: era una fontana, alta e sottile come tutti gli alberi di questo bosco, la cui acqua emetteva una leggera luce argentea. Il viandante aveva sete, era ovvio – chissà da quanto tempo stava viaggiando – e non ha esitato un momento prima di inginocchiarsi e bere l’acqua della fontana; poi ha sollevato di nuovo la testa ed è rimasto immobile, come una statua. Sono rimasto dietro il mio albero, ad aspettare che si rialzasse e riprendesse il suo cammino, ma non stava succedendo. Ho aspettato, e aspettato, e aspettato ancora, ma iniziavo a preoccuparmi: alla fine la mia preoccupazione ha avuto la meglio sul mio timore di farmi vedere e sono uscito dal mio nascondiglio per avvicinarmi ancora di più.

Gli occhi del viandante erano vacui, persi nel vuoto; sono stato sicuro che non era completamente paralizzato solo quando l’ho visto sbattere le palpebre. Stavo per parlargli, ma in quello stesso momento si è alzato in piedi e ha iniziato a guardarsi attorno: ha rivolto il suo sguardo anche alla mia direzione, ma non credo che mi abbia visto; dopo un momento di disorientamento, ha ricominciato a camminare, ancora più incerto di prima e senza la frenesia; stava tornando indietro, ma non sembrava che se ne fosse accorto. L’ho seguito di nuovo, stavolta camminandogli accanto; ho capito cosa fosse successo quando si è fermato e si è seduto sotto un albero: inizialmente pensavo che fosse solo per riposarsi, ma poi ha iniziato a guardarsi le mani, poi le gambe, poi tutto il resto del proprio corpo che riuscisse a vedere, senza riconoscersi. Era confuso, ancora più di quanto già fosse prima, ma era anche più sereno: la fontana lo aveva fatto cadere nell’oblio, adesso neanche sapeva che non riconoscersi non è la norma.

Ora sono di nuovo qui, davanti alla fontana, e non so cosa fare. Una parte di me vorrebbe bere la sua acqua argentea, perché in fondo è esattamente ciò che cercavo, quando mi sono accoltellato sette volte: ancora adesso vorrei dimenticare il mio io, tutti gli errori che ho commesso e a cui non posso più porre rimedio, e vorrei dimenticare la mia ultima colpa, quella di averti lasciato. Ma così dimenticherei anche te, mia cara Iris: in passato ho detto di volerlo, ma ora che la possibilità mi è veramente davanti, non ne sono più tanto sicuro. Voglio veramente finire ciò che ho iniziato? E se invece potessi tornare indietro? Il mio corpo è morto, ma voglio uccidere anche la mia anima? Mille occhi mi stanno scrutando tra gli alberi, aspettando che io prenda una decisione, ma non sono mai stato tanto bravo nelle decisioni: insomma, l’ultima decisione che abbia mai preso è stata pessima! Iris, tu al posto mio cosa faresti?

E questo cos’è, che galleggia sull’acqua? Lo prendo: è un foglietto, ma è stranamente asciutto.

Uscirai da questo bosco, so che ce la puoi fare. Ti aspetto dall’altra parte.

Questa grafia tondeggiante è la tua: la riconoscerei tra mille altre. Sei veramente riuscita a mandarmi un messaggio, o è solo il bosco che mi sta mettendo alla prova? Neanche immaginavo che ci fosse un’uscita. Sarò davvero in grado di raggiungerla? Non sarebbe la prima volta che mi sopravvaluti. Però non posso non provarci: non posso rischiare di deluderti ancora. Tengo il biglietto stretto in mano e mi allontano dalla fontana: se mi stai aspettando davvero dall’altra parte, non posso più perdere tempo in indugi.

Dove devo andare per raggiungerti, Iris? Non ne ho idea, ma voglio arrivarci in fretta. Ho finito con le deviazioni: ho preso una strada e mi sono deciso a seguirla, senza neanche sapere se è quella giusta; immagino che lo scoprirò quando sarà finita. Gli occhi del bosco ancora mi osservano, ma non mi fanno più paura, quasi non li noto: ho cose più importanti a cui pensare.

Ricordo ancora il tuo volto? Credo di sì, ma non posso esserne certo: potresti essere cambiata, da quando ti ho lasciato. Sarò in grado di riconoscerti, quando ti rivedrò? Ti rivedrò veramente? Mi sembra troppo bello per essere vero. Più vado avanti, più passano i giorni senza che nulla cambi, più mi convinco che il tuo messaggio in realtà sia stato solo un inganno. In effetti, perché mai dovresti ancora cercarmi o aspettarmi? Avevamo pure altri amici, io e te: non vedo perché non avresti dovuto tornare da loro, per consolarti del mio tradimento. Onestamente, cosa potevi aspettarti da uno come me? Cosa avevi visto in me, quando decidesti che sarei stato il tuo migliore amico? Sono sicuro che un’anima pure come te non avrebbe avuto difficoltà a trovare di meglio. Non posso permettermi di fermarmi, però, nella remota possibilità che invece sia tutto vero. E cosa succederà quando sarò fuori, quando ti avrò rivisto? Tu sarai in grado di vedermi, o mi guarderai attraverso come quel viandante? Mi riconoscerai? Non so neanche io quanto sia cambiato, dall’ultima volta che mi hai visto, oppure se sono rimasto sempre lo stesso. Nella fontana c’era l’oblio, la morte vera, ma cosa c’è fuori da questo bosco, insieme a te? Una nuova vita, forse, un’opportunità per ricominciare? Quello sì che sarebbe troppo bello per essere vero.

Non vorrei essere troppo ottimista, ma credo di vedere un barlume di speranza: non so se sono i miei occhi a essere cambiati, ma mi sembra che il bosco sia più… dolce, non saprei in che altro modo descriverlo. Mi capita più spesso di trovare fiori sparsi per la via, al posto delle solite erbacce. Ne colgo qualcuno: vorrei donarteli appena ci rivedremo, una magra offerta in cambio del grande dono che mi stai facendo tu, lo so, ma prendili più come una promessa, perché sono disposto a ripagare tutto con gli interessi. Sembra addirittura che, ogni tanto, qualche raggio di sole riesca a superare gli alberi e a toccare terra. Ho tanto desiderato di essere di nuovo sfiorato dalla luce, però ho paura di avvicinarmi: non vorrei vedere che mi passasse attraverso. Avresti mai immaginato che sarei finito così, terrorizzato dalla luce del sole? A pensarci mi viene da ridere.

Più vado avanti, però, più la luce è difficile da evitare, è quasi accecante: non sono più abituato. Davanti a me c’è un ponte, oltre il quale la luce sembra ancora più forte e inevitabile. Sto facendo la cosa giusta, a continuare? C’è veramente una nuova possibilità per me, là dove la luce è più forte delle tenebre, oppure il sole incenerirà quel che resta di me? Oh Iris, tu al posto mio cosa faresti? Rischieresti tutto e correresti verso la luce, o resteresti nell’ombra, così fredda ma così sicura? I mille occhi che mi scrutano sono spariti: sono veramente solo, ora. Tu e mille altri avete cercato di insegnarmi che sbagliare è normale, ma anche tu saresti d’accordo nel dire che questa è un’eccezione: non posso, non posso sbagliare!

Porto un piede avanti, ma con l’altro resto indietro, e intanto il giorno avanza. Che razza di folle sono stato, ad arrivare fin qui per raggiungere qualcosa di impossibile? Come ho potuto pensare di meritare una seconda possibilità? Mi dispiace, Iris, non posso farcela… non posso farcela, ma devo provare: devo farlo per te.

Attraverso il ponte e cammino nella luce: come immaginavo, sono sbiadito, mi vedo appena, e la luce brucia. Svanirò presto, non è vero? E immagino che dall’altra parte neanche ti troverò più: ho indugiato troppo, ormai tutto questo è inutile, ma non posso più fermarmi. Ormai sono fuori dal bosco.

Ho trovato una grotta per la via e l’ho accolta come un’oasi nel deserto. È piccola e stretta, ma non m’importa, anzi è quasi meglio: l’importante è che sia un rifugio sicuro. Ancora mi sento bruciare, Iris! Temo veramente di non riuscire a raggiungerti da solo, ho bisogno del tuo aiuto. Sei riuscita a parlarmi una volta, puoi farlo di nuovo? Riesci a sentire ciò che sto cercando di dirti?

Il giorno, intanto, si è trasformato in notte: anche la luna qui è più luminosa, devo ammettere che la vista è bellissima. Vorrei tanto che potessi goderne anche tu, magari proprio qui, insieme a me.

Ci sono dei passi; non ne sento da quando ho visto quel viandante bere dalla fontana. La curiosità mi fa sporgere dal mio rifugio. Qualcuno si sta avvicinando… qualcuno… non è affatto “qualcuno”. Non posso credere a ciò che vedo. Iris! Sei proprio tu! La luce argentea della luna ti dona, ti fa sembrare una dolce ninfa dei boschi; il tuo viso è ancora quello di una bambina, nonostante tutto. Iris! Guarda, sono qui, ti ho portato dei fiori! Non mi vedi? Non mi vedi, vero? Come ci sei finita qui? Sei venuta per aiutarmi, o sei caduta in basso insieme a me? Eppure mi sembri così determinata, come raramente ti ho visto prima.

Esco fuori dalla grotta e ti vengo incontro: voglio capire cosa stai facendo. Hai disposto delle pietre colorate in cerchio; ora stai leggendo da un libretto… aspetta, lo conosco! È il libro dei tuoi riti!

Certo che ti sento! Perché guardi in alto? Io ti sto proprio accanto! Provo a toccarti una spalla, per farti capire che ti sono vicino; ti viene un brivido.

Ti trema la voce, sembri un cucciolo spaventato. Vorrei tanto abbracciarti, in questo momento, ma che lo faccio a fare se non puoi sentire il mio calore? Invece faccio ciò che mi chiedi: prendo le tre pietre dai colori più caldi, mi posiziono davanti a te e le pongo alla mia destra; tu metti le altre tre alla mia sinistra…

E adesso che succede? Il cielo è diventato di mille colori e la terra sotto i nostri piedi è sparita, ma non stiamo cadendo; al contrario, io non riesco proprio a muovermi. Tu, invece… hai iniziato a danzare. Non ti ho mai vista danzare, prima, ma lo fai come se fosse la cosa più naturale del mondo. Il tuo corpo mi farebbe pensare che stai improvvisando tutto dal cuore, ma la tua fronte corrugata ti tradisce: quelli che stai facendo tutto intorno a me sono passi ben precisi, sai bene cosa stai facendo. La senti anche tu questa musica in lontananza? Sembra quel tipo di musica che si sarebbe sentita per le strade delle città di secoli e secoli fa, ma è ancora così viva… chissà quanti riti come questo ha accompagnato, in passato. Non siamo poi così speciali, io e te: dovrei ricordarlo più spesso, magari così prenderò le mie pene meno sul serio. Immagino che tu già lo sappia, invece, non è vero? Lo sai che attraverso te stanno danzando centinaia e centinaia dei tuoi predecessori? Li vedo volteggiare con te, come ombre luminose e colorate. I tuoi passi si fanno più veloci, il ritmo si fa più contagioso: quanto vorrei unirmi a te in questa danza! Cerco con tutte le forze di rompere la mia paralisi, ma appena riesco a muovere leggermente almeno un piede, la musica tace e tutto torna nero.

L’aria mi entra nel petto come un pugno. È un urlo di dolore, quello che sento? Sì, ed è il mio: la smetto appena me ne accorgo. Lentamente mi abituo alla luce e i contorni della valle tornano definiti. Mi guardo le mani, mi tocco il corpo: è un corpo vero, la luce non mi rende più trasparente. Scusa, Iris, non volevo spaventarti, non guardarmi così! Aspetta, mi vedi? Mi vedi! No, dai, ti prego, non piangere: guarda, ti piacciono i fiori che ti ho portato? Aspetta, credo che siano lacrime di gioia… aspetta, sto piangendo anche io. Ancora stento a credere che sia successo davvero. Devi essere davvero stanca, poverina. Ancora fatico a credere di meritarmelo, ma mi darò un’altra possibilità: lo farò per te, perché i tuoi sforzi non siano stati vani. Grazie a te ho capito che il mio errore è stato avere la pretesa che la mia vita fosse solo la mia, che avessi il diritto di buttarla via a mio piacimento.

Ci sono così tante domande che vorrei farti, così tante parole che vorrei dirti, stavolta per davvero, ma adesso solo una cosa ha davvero importanza: possiamo di nuovo abbracciarci. Mi sei mancata.

 
 

Rigor mortis

È passato qualche tempo, ma il blog esiste ancora, e dunque provo a rianimarlo con questo breve racconto: mostra la scena di un’anziana signora che, stesa su una barella in ospedale, crede di doversi sottoporre ad un regolare controllo medico. Ciò che crede non è però ciò che accadrà.

-Sofia

Rigor mortis

Teodora se ne stava immobile a pancia all’aria sul lettino d’ospedale come una stella marina. Quante volte aveva detto alla figlia di non portarla dai medici per ogni singola e minima preoccupazione, ma era come parlare al muro. Eppure, non ricordava di essersi sentita male la sera prima, anzi; ne era quasi certa: merenda con la nipote, cena e a letto alle dieci. Ci ripensò: merenda, cena e letto. Allora qual era il problema? Forse una semplice visita di accertamento di cui si era dimenticata. Negli ultimi anni si era sottoposta più volte a vari controlli, dal momento che andando avanti con l’età era diventata inevitabilmente più vulnerabile. Ma era di buona salute, non aveva avuto particolari patologie se non dei calcoli ai reni, curati già diverso tempo fa. Ah, certo! Era il giorno della colonscopia. L’aveva rimandata già troppe volte e per famigliarità con un tumore al colon sapeva di doverla fare. Stava aspettando già da un po’ e si chiedeva come mai ancora non arrivasse nessun medico. Era un martedì, e solitamente il pomeriggio si ritrovava al circolo degli anziani al bar in piazza Vittorio, per giocare a carte e farsi una chiacchierata; sperava di non fare troppo tardi. Le piaceva andarci perché era uno dei pochi momenti in cui non pensava a Federico, il suo defunto marito: non era arrivato abbastanza avanti con l’età per frequentare i circoli degli anziani, così ogni volta che andava non ci pensava; quando invece si ritrovava con la figlia e i nipoti era un pensiero più ricorrente. Tuttavia, in quel momento pensava solo alla colonscopia; aveva deciso di farsi sedare per via dell’invadenza della visita. Eppure, ancora non arrivava nessuno. Di una cosa però si era appena ricordata: la sera prima in effetti era stata poco bene. Non ricordava con chiarezza cosa fosse successo, ma probabilmente aveva avuto un po’ di nausea, o forse una sensazione di stordimento, ma comunque nulla di preoccupante. Non aveva chiamato Anna, la figlia: con lei si doveva vedere la mattina seguente per la visita, come da programma. Ecco finalmente i medici: due stavano alla porta parlando con un terzo fuori, mentre un quarto si avvicinò a Teodora.

«Da dove iniziamo?» domandò il primo che le si avvicinò.

«Con i polmoni. In realtà un paziente in lista ha bisogno di un cuore, ma la signora ha superato i limiti d’età.» Rispose l’altro alla porta.

«Perdonatemi, di cosa state parlando? Credo che ci sia un malinteso, non devo proprio donare nessun organo.» Rispose spazientita Teodora, mantenendo una certa tranquillità nella voce.

«Nel referto non è ben chiara l’ora del decesso: sicuramente l’avrà scritto lo specializzando.» Disse un altro.

«In realtà l’ho scritto io, ma se non ti va bene chiamo qualcun altro.» Rispose innervosito il medico alla porta.

«Scusatemi ancora se vi interrompo, ma avete sbagliato stanza: non vedete che sono viva? Come farei a parlarvi altrimenti?» Teodora cominciò ad agitarsi: quanto potevano essere incompetenti questi medici per scambiarla per un cadavere? Oppure era proprio uno scherzo di pessimo gusto, e lei odiava gli scherzi.

«Non si fanno certe cose: mi vado immediatamente a lamentare con il capo sala per la poca professionalità di questo servizio.» Si stava mettendo in piedi per andarsene, ma l’unica cosa che riuscì a fare fu rimanere esattamente nella stessa posizione. Allora pensò di essere stata legata contro la sua volontà al lettino e quei medici in realtà non erano tali e la volevano torturare. Ma come era potuta finire in un posto del genere? E specialmente sua figlia ce l’aveva portata. Non avevano mai avuto un gran rapporto, ma questo le sembrava decisamente troppo.

Iniziò a guardare con più attenzione la sala operatoria, e notò con profondo disgusto che a un metro da lei stazionava il cadavere di un uomo; cacciò un urlo che solo lei riuscì a sentire: era gonfio e puzzolente, con la faccia bianca e un liquido rossastro che gli scendeva dal lato destro della bocca. E per abbellire il tutto aveva anche il collo teso e la testa ripiegata indietro.

Teodora durante la sua vita aveva visto solamente il cadavere di suo marito, intatto e impeccabile come era in vita, e sperava di vedere solo il suo di rigor mortis, invece che assistere in diretta al proprio. Quello accanto aveva già iniziato a farsi sfigurare dalla morte. Dopo sarebbe accaduto anche a lei? Si sarebbe putrefatta, ammuffita, i vermi avrebbero preso il posto della pelle, le sarebbero usciti strani liquidi dalla bocca? E soprattutto, come avrebbe fatto ad avvertire gli altri della sua non avvenuta morte cerebrale prima di assistere a tutto questo scempio? A quanto pare il suo corpo era morto, ma non il suo cervello, ancora in piena attività. Eppure, per i medici era tutto accertato: Teodora Bianchi, alla dignitosa età di settantatré anni era stata trovata morta nella propria abitazione, colpita da un infarto fulminante. Ma lei questo non lo sapeva.

«Questo è da portare via: perché sta ancora qui?»  Domandò il medico che si era avvicinato prima a lei indicando il corpo dell’uomo.

«Non deve donare gli organi?»

«No. La famiglia ha iniziato le pratiche per la cremazione e l’uomo non aveva acconsentito alla donazione.»

«Molto bene, allora lo porto via. Ci pensate tu e Riccardo a lei?»

«Sì.»

Teodora era nel panico: non sapeva nemmeno di essere morta e per di più volevano donare i suoi organi, aprire e dissezionare il suo corpo sotto i suoi occhi. Mai si era sentita così in trappola, nemmeno quando una volta, in ascensore, la porta non si apriva più e dovette aspettare che la sicurezza del palazzo sbloccasse il sistema prima di far uscire lei e altre due ragazze. Da quel giorno iniziò a sviluppare la claustrofobia, ma questa era tutta un’altra storia. Non era prigioniera di un ascensore, ma del proprio corpo: era intrappolata nella sua stessa pelle, incapace di fare o dire qualunque cosa che la potesse cavare fuori dai guai. Se questo fosse stato il suo inferno personale, non avrebbe osato pensare cosa potesse essere successo a gente ben meno raccomandabile di lei, che d’altronde era una donna come tante, non aveva nulla di speciale; aveva vissuto una vita semplice e senza pretese, al fianco di suo marito e con la compagnia di una figlia e tre nipoti. Cosa poteva aver fatto di talmente grave da meritare una punizione così grave dal Dio che tanto aveva pregato in vita e che ora sembrava godere e gioire delle sue disgrazie?

E mentre si perdeva in queste congetture i due medici le stavano addosso con bisturi e strumenti da tortura, come apparivano ai suoi occhi, e si appropinquavano ad aprirle il petto, tagliando con lo strumento la pelle dura e avvizzita e cominciando a sviscerarla. E via con i polmoni, che tanto interessavano ai medici per via del paziente in attesa. Poi scesero a prelevare il pancreas, poi i reni, e poi Dio solo sa cosa, perché ad ogni organo che se ne andava via dal suo corpo, un po’ della sua anima volava in cielo, a poco a poco smetteva di comprendere la situazione, tutto si spegneva e finalmente stava riprendendo il ciclo naturale. L’ultima cosa che si chiese era se chi non avesse donato gli organi avrebbe mai trovato la pace eterna.

 
 

In ascensore

Un uomo si trova bloccato in un ascensore sospeso in mezzo al vuoto, indeciso su quale possa essere la scelta peggiore: morire d’inedia o gettarsi nel nulla? O forse potrebbe esserci una terza via…

(scritto il 31 dicembre 2019)

Il Merlo Blu

Tommaso non ricorda esattamente quando è entrato nell’ascensore, né perché. Non ricorda se dovesse scendere o salire, se avrebbe potuto prendere un’altra strada, addirittura se dovesse veramente andare da qualche parte o se vi fosse entrato per sbaglio.

Comunque sia, l’ascensore sta andando verso il basso e il viaggio sta durando troppo, o almeno così gli pare: forse ha semplicemente fretta di arrivare ovunque debba arrivare. Forse c’è qualche malfunzionamento e la discesa, che forse dovrebbe essere una salita, non finirà mai, o almeno non finirà presto. Il primo sentimento che attanaglia Tommaso appena scopre che c’è qualcosa che non va è la frenesia di un animale in trappola. Preme il tasto “stop” decine se non centinaia di volte, ma invano. Dal tasto “stop” si sposta su ogni altro tasto, senza neanche sperare che serva a qualcosa. Niente. A questo punto non gli resta che sospirare, rassegnato, cercando di calmare il suo cuore che ancora batte tanto da fargli temere che potrebbe schizzargli via dal petto da un momento all’altro.

Proprio quando inizia a essere curioso su dove lo porterà questo infinito viaggio, il viaggio smette di essere infinito e l’ascensore si ferma. È arrivato. Tommaso apre la portiera. Davanti a sé, però, non vede nient’altro che nero. Guarda in basso e trova solo il vuoto; sarebbe incorretto chiamarlo abisso, pensa, perché non si trova sotto di sé ma tutto intorno: reggendosi saldamente alla portiera, trova il modo di sporgersi e vede che l’abisso è anche sopra di lui. Mentre si sta ancora sporgendo, guarda di nuovo in basso. Si rende conto di essere stato troppo tempo a fissare il vuoto sotto di sé. C’è qualcosa di stranamente affascinante in quel nero profondo e senza fine, nel suo silenzio e nella sua ordinata tranquillità, nel suo essere un tutto così vasto e uniforme: Tommaso sente che lo sta chiamando, invitando a diventare parte di quel tutto. Continua a sporgersi, ipnotizzato, fino a quando non si trova a un passo dal cadere. Solo allora si rende conto che il vuoto non solo è affascinante, ma anche terrificante. Se si abbandonasse completamente ad esso non potrebbe mai più tornare indietro, e chissà cosa c’è veramente, lì, nel vuoto: si perderebbe, forse morirebbe, e non vuole morire, o almeno non ancora, o così pare.

Tommaso si richiude nell’ascensore, sbattendo la portiera con più forza del necessario. Prova di nuovo a premere qualche tasto, nel vano tentativo di rimettere in moto quell’ascensore ostinatamente immobile. Un polso gli brucia leggermente e solo quando decide di smettere di premere tasti a caso Tommaso lo guarda e vede che la sua camicia, grigia come le pareti metalliche dell’ascensore, è macchiata di rosso proprio nel punto da cui viene quel poco più di un prurito. Alza la manica, con più fatica di quanto si aspettasse, e vede un piccolo taglio sulla sua pelle che ancora sanguina, ma non è niente di cui preoccuparsi, anche se era abbastanza certo che fino a poco prima non ci fosse.

Tommaso si accascia sul pavimento, portando le gambe al petto. Ora che si è fatto così piccolo, l’ascensore sembra ancora più vuoto.

“E ora, cosa posso fare?” È solo, chiuso in un ascensore, sospeso in mezzo al nulla. Come potrebbe restare lì senza morire di fame, di sete, o di semplice mancanza di ossigeno? Non può proprio fare nulla per uscire da quella situazione, oltre a saltare nel vuoto?

Lancia un’altra occhiata al tastierino e gli viene da ridere: da bravo stupido, ha completamente ignorato il tasto di emergenza. Funzionerà, però, se nessuno degli altri funziona? Tanto vale provare, non ha poi così tanto da perdere. Preme il tasto, ma a quella richiesta di aiuto risponde solo altro silenzio. Tommaso torna alla stessa posizione di prima, rassegnato alla fine. Ogni tanto gli capita di guardare la portiera, pensando al vuoto oltre di essa, quel vuoto infinito che lo chiama e invita. Apre la portiera un’altra volta, solo per fissare il vuoto, irresistibile, ma poi torna indietro, con un solo pensiero fisso.

“Verranno a soccorrermi.”

Il taglio di prima si era rapidamente rimarginato, ma una volta rientrato Tommaso si accorge che si è aperto di nuovo, stavolta accompagnato da altri due, più profondi ma non di troppo. È il vuoto a farlo sanguinare, è evidente: si ripromette che vi ritornerà solo se assolutamente necessario.

Inizia a sentirsi la bocca asciutta, eppure non c’è ancora traccia di soccorsi.

Torna a premere il tasto di emergenza, ma invece di ritirarsi al suo angoletto apre di nuovo la portiera, a dispetto di tutti i suoi propositi, per fissare il vuoto, per dimenticare la sete. Lì sì che c’è il vero silenzio, a differenza di quel dannato ascensore, con le sue luci e il loro ronzio, a cui Tommaso ha iniziato a far caso da poco, in realtà, ma da quando se ne è accorto non riesce a non esserne infastidito.

Forse il vuoto potrebbe veramente placare la sua sete; Tommaso si accontenterebbe anche solo se gliela facesse dimenticare.

Ora ha sei tagli, ma non sono poi così profondi, a malapena gli fanno male.

“Verranno a soccorrermi.”

Non riesce più a stare fermo. Ha lo spazio per fare esattamente due passi, e li ha già fatti avanti e indietro per chissà quanti chilometri.

Al chissà quale chilometro si rende conto di essersi sbagliato: quel rumore che pensava fosse il ronzio delle luci è in realtà un insieme di echi, voci di gente che conosce, amici, colleghi, famigliari. Non riesce a capire cosa dicano, ma non gli sembrano affatto sereni: immagina che siano arrabbiati con lui, in effetti chissà da quanto tempo manca… “Almeno si sono resi conto che non ci sono”, pensa.

“Verranno a soccorrermi,” si dice di nuovo, mentre torna a sedersi.

Gli echi si stanno facendo più forti, gli sembrano più vicini, eppure non riesce ancora a capire cosa dicano, né esattamente quali emozioni esprimano. Allunga la mano verso il tasto di emergenza, ma non gli va di alzarsi e raggiungerlo, quindi decide di parlare, pur consapevole che non basterà.

«Sono qui,» dice, neanche troppo convinto: ha troppa sete per mettere tanta foga dietro le sue parole.

Nessuna risposta diretta, ma Tommaso sente l’ascensore smuoversi. Ora sembra che qualcuno lo stia sollevando. “Sono libero! Sono venuti a soccorrermi!”

Tommaso viene accolto da grida di giubilo, risate e sorrisi. Gli viene dato da bere; il suo migliore amico lo abbraccia.

«Non ti azzardare mai più a farmi prendere uno spavento del genere!» lo rimprovera bonariamente. Tommaso gli risponde che è l’ultimo a voler tornare in una situazione come quella.

Presto torna al lavoro con la stessa efficienza di sempre. I sei tagli ancora ci sono, ma sono diventati solo piccole cicatrici: non sente neanche la necessità di nasconderle, tanto nessuno le ha notate.

Qualcosa però è cambiato: tutti sono sempre consapevoli della sua presenza, dopo che è mancato per chissà quanto tempo. Ora tutti i suoi colleghi lo salutano, qualcuno lo invita addirittura a fare pausa pranzo con loro; i suoi amici – neanche lui sa come faccia ad avere ancora degli amici – lo contattano più spesso… ma nessuno osa fare riferimento diretto alla sua passata assenza.

Gli sembra tutto così strano, falso, quasi evanescente. Ha paura di sparire di nuovo. Non vuole sparire di nuovo, ma teme che se dovesse succedere in pochi se ne accorgerebbero, e ad ancora meno persone dispiacerebbe sul serio. Ora è passato più tempo dal suo ritorno, sembra essere tornato tutto come prima. Forse la sua presenza non è poi così importante…

Tommaso apre gli occhi e trova davanti a sé una parete metallica. È di nuovo in ascensore, o meglio, crede di non averlo mai veramente lasciato: è stato solo un sogno.

Gli fa male tutto un avambraccio: ci sono dieci tagli, ora, e tutti sanguinano più che mai. La portiera è spalancata, il vuoto chiaramente visibile in tutta la sua oscurità. Tommaso non ha la forza né la voglia di alzarsi e andarla a chiudere. Ha talmente tanta sete che è tentato di bere il suo stesso sangue.

Gli echi ci sono ancora. Sono vicini, incredibilmente vicini, ma restano sempre solo echi. “Non mi lascerò ingannare,” si ripromette, “non mi addormenterò di nuovo.”

Tra gli echi gli pare di sentire un’altra voce, una che non si sarebbe mai aspettato: la sua. È l’unica di cui riesce a capire le parole, anche se non ne capisce il contesto. Sembra normale, dal tono generalmente allegro e gioviale. Ma come fa a essere lì, in alto, se è ancora nell’ascensore, con il vuoto che lo guarda in faccia? Lo guarda in faccia e gli parla, Tommaso ne è sicuro, le sue parole sono più chiare di quelle degli echi, anche del sé stesso lassù con loro.

«Non verranno a soccorrerti. Neanche sanno che sei qui.»

L’idea che nessuno sappia che è ancora lì, lontano da loro, lo rasserena. Se, in qualche modo, una parte di lui, o una sua copia, è ancora lì sopra, la sua assenza almeno non è un fastidio per nessuno.

Sta ancora sanguinando, i dieci tagli sono ora diventati quindici e il sangue ha iniziato a permeare la camicia e a gocciolare per terra. Non gli va di chiudere la portiera, però. Non ha voglia di alzarsi, e poi il vuoto gli piace: è vasto, è uniforme, e soprattutto parla chiaro.

«Coraggio, vieni da me, nessuno se ne accorgerà.»

«Stai resistendo, ma lo sai anche tu che non puoi resistere per sempre.»

Da quindici a ventuno, da ventuno a ventotto… i tagli sono diventati centoventi, sparsi per tutto il corpo. Gli piace vedersi mentre sanguina e gli piace il sapore del suo sangue, placa la sua sete, ma non riesce neanche ad alzarsi in piedi…

Tommaso è davanti al portone di casa sua. È semiaperto, “davvero mi ero scordato di chiuderlo, l’ultima volta che sono uscito?”Lo apre di più, sporcando la maniglia per colpa di un taglio che percorre tutto il palmo della mano e ancora non si è rimarginato. Viene accolto da un familiare corridoio. È tutto buio, tranne in fondo; dalla sua camera, infatti, arriva uno spiraglio di luce. “Ho anche scordato di spegnere la luce? Che idiota.”

Arriva in camera, la porta è già aperta. Non è vuota: seduto alla scrivania, alla luce della sua piccola lampada, un uomo sta leggendo. Non un uomo qualunque: è identico a Tommaso, o meglio a Tommaso prima che entrasse nell’ascensore, senza tagli, pulito, sereno, completamente assorto nella lettura.

«Chi sei?» gli chiede, dopo un attimo di esitazione: lui, personalmente, odia essere interrotto mentre legge, quindi lo stesso poteva essere vero per il suo sosia. Per questo pensava che si sarebbe infuriato, ma al contrario rimane imperturbabile e gli risponde senza neanche alzare gli occhi dal libro.

«Chi pensi che possa essere, qui a casa tua, con il tuo aspetto? Pensi davvero che sia solo una tua copia?» Chiude il libro, non prima di aver messo il segnalibro; si gira e lo guarda negli occhi, con i suoi stessi occhi.

«Io sono te,» continua. «Ci sarebbe stato qualche problema se fossi rimasto nell’ascensore, non trovi?» Ora che lo vede rivolto contro di sé, Tommaso si rende conto di quanto sia irritante il suo sorrisetto sarcastico.

«Ma come hai fatto ad essere qui, mentre io ero ancora laggiù?»

«“Ero”? Non mi prendere in giro, tu sei ancora lì.»

«Sto sognando di nuovo?»

«Sì.» Il suo sorriso da condiscendente si fa triste. «Non penso che tornerai mai qui, sulla terra, ma non ti preoccupare: finché ci sono io nessuno se ne accorgerà.»

«Ma se dovessi cadere nel vuoto, cosa ti succederà?»

Il suo sosia si fa serio.

«Il vuoto prenderà anche me, e allora sì inizieranno i problemi. Quindi mi raccomando, non buttarti ancora, resisti ancora per un po’.»

«Un po’ quanto?» La voce di Tommaso si è fatta esasperata: anche se al momento non lo ha davanti, l’immagine seducente del vuoto è ancora impressa nella sua mente.

Il sosia torna allo stesso sorriso triste di prima.

«Fino a quando non mi amerà più nessuno. Allora non aspettare un secondo di troppo.»

“Fino a quando non mi amerà più nessuno.”

Con quelle parole riecheggianti nella testa, Tommaso apre gli occhi una seconda volta. Ora la portiera è chiusa, ma i tagli sul suo corpo sono diventati centotrentasei. Deve essersi trascinato nel sonno, perché il pavimento dalla portiera fino al punto dove è ora è tutto macchiato.

Tutto è esattamente come prima: la sua unica compagnia sono gli echi, quello degli altri e il suo… tutto è normale, solo che il suo eco ha iniziato a mischiarsi sempre di più con quello degli altri, Tommaso lo sente sempre di meno.

Invece, qualcosa sta sbattendo contro la portiera. “Come se non sapessi cosa sia.”È il vuoto che lo chiama. Ormai Tommaso riesce a sentirlo anche con la portiera chiusa.

«L’altro te ha mentito: non lo ama nessuno. Vieni da me, non soffrirai più.»

Tommaso è arrivato al limite della sopportazione. Il vuoto ha ragione: anche se la sua eco non si sente più, gli altri vanno avanti tranquillamente con la loro vita. L’altro Tommaso sicuramente aveva solo paura di morire, e adesso lui intende fargli pagare per averlo fatto soffrire così a lungo, dentro quell’ascensore, senza alcun motivo.

Arranca verso la portiera e la apre, non senza fatica. Eccolo lì, il vuoto, immutato, imperturbabile.

«Sono pronto, finalmente,» dice. La sua debole voce si disperde in mezzo a tutto quel nero. «Ma prima voglio chiederti una cosa: perché vuoi proprio me?»

Una risata cupa riecheggia per tutto il vuoto.

«Io? Io non ti ho mai voluto, io non “voglio” mai niente e nessuno. Sei tu che vuoi me. Non sei il primo e non sarai nemmeno l’ultimo: tutti i miseri sprechi di carne e ossigeno come te mi cercano, mi desiderano intensamente, ma spesso sono anche troppo incapaci per raggiungermi, proprio come te.»

Tommaso scruta le tenebre, alla ricerca di qualche altro ascensore, ma non vede nulla.

«Tu sei particolarmente patetico, anche in confronto a loro. Guarda come ti sei ridotto, esitando così tanto.»

La portiera gli si richiude in faccia. Tommaso si volta dal lato opposto e al posto della solita parete metallica trova uno specchio. Non si riconosce subito: l’ascensore lo ha cambiato molto, e non solo in numero di ferite. Ha i capelli in bisogno disperato di un pettine e la barba ha iniziato a ricrescergli in modo particolarmente disordinato; ha gli occhi iniettati di sangue e cerchiati di nero. Sembra un pazzo, forse lo è. Non c’è più nessun’eco, solo silenzio.

È ora, lo sente. Apre la portiera, più deciso che mai: è pronto al vuoto. Si lascia andare, è troppo stanco per avere paura. È fatta, è finita.

Sta per precipitare, quando sente qualcosa – anzi qualcuno – afferrarlo saldamente per un braccio e trascinarlo di nuovo dentro l’ascensore, mentre la portiera si chiude violentemente. Tommaso sente uno scatto, poi l’ascensore inizia a salire.

Si guarda intorno, frenetico: non c’è nessuno oltre al suo riflesso allo specchio, che gli sta sorridendo, confuso, incredulo, speranzoso.

L’ascensore si ferma. Tommaso apre la portiera, piano: non si sorprenderebbe se davanti si trovasse di nuovo il vuoto.

Invece vede la sua casa. Stavolta non è vuota, né buia. Insieme all’altro sé nel soggiorno ci sono alcuni dei suoi amici e dei suoi colleghi. Sono in piedi attorno al tavolo, tutti appollaiati come degli avvoltoi sull’altro Tommaso, l’unico a essere seduto. Anche lui ha tutte le sue cicatrici, non ha bisogno di vederle per saperlo, e ha lo sguardo perso, fisso nel vuoto, forse lo stesso vuoto che il Tommaso dell’ascensore aveva contemplato per tutto quel tempo. Tommaso non è neanche certo se l’altro sé stia ascoltando quello che gli altri stanno dicendo; in realtà neanche lui riesce a sentirli bene.

Si avvicina di più; cala un silenzio gelido nella stanza. Tutti lo fissano, tranne l’altro sé. Il suo migliore amico mette una mano sulla spalla dell’altro Tommaso, come se volesse proteggerlo da lui, sé stesso.

«Lo hai quasi ucciso!» gli urla contro.

La risposta a Tommaso viene spontanea, ricordando quello che gli ha detto il vuoto.

«Non sarebbe stato meglio se ci fossi riuscito?»

«Non ti azzardare nemmeno a pensare una cosa del genere!» Gli occhi del suo migliore amico sono diventati lucidi, ma non lo commuovono come avrebbero dovuto.

L’altro Tommaso si risveglia dalla sua trance. Solleva lo sguardo e accenna una specie di sorriso.

«Non ti preoccupare, non dice sul serio. Non è successo nulla di grave».

Gli amici iniziano a parlare tutti insieme, frenetici. Tommaso è sicuro che l’altro sé non ha sentito una singola parola in tutta quella confusione, che né lui né l’altro lui sopportano.

L’altro Tommaso scatta in piedi, sbattendo entrambe le mani sul tavolo e gridando: «Silenzio!» Nel momento in cui si rende conto di ciò che ha fatto, cerca di recuperare quel fragile sorriso che si era rotto, però è ancora meno naturale di prima.

«Apprezzo che vi siate preoccupati, veramente, credetemi, ma… credo di aver bisogno di restare solo.»

Il silenzio è quasi tangibile.

«Per favore,» aggiunge. È ovvio che stia facendo del suo meglio per apparire calmo, ma la sua voce tremante lo tradisce.

Gli amici si alzano. Tommaso riesce a sentire qualcuno dire “Se hai bisogno di parlare, io sono qui”, forse più di uno, inutile frase fatta che non era altro, e dopo pochi minuti Tommaso è di nuovo solo con sé stesso nella sua casa.

«Ti ho detto di fare attenzione,» lo rimprovera l’altro Tommaso.

«Pensavo che fosse il momento…» Non riesce a finire la frase, vedendo emergere nell’altro sé tutto quell’odio che aveva tenuto dentro fino a quel momento.

«E allora perché non sei andato fino in fondo?» Una domanda appena sibilata, ma piena di veleno.

«Non lo so, qualcosa mi ha tirato indietro.»

L’altro Tommaso sospira.

«Credo di sapere cosa sia,» dice, cercando di recuperare il suo solito tono tristemente gentile e gettando un’occhiata al portone da cui erano appena usciti i suoi amici. A Tommaso viene da ridere. “Si trattiene anche quando è da solo, ora.”

«Non è cambiato niente, vero?» chiede all’altro sé. «Sono ancora nell’ascensore?»

La bocca dell’altro Tommaso si inarca in un sorriso, che però non raggiunge anche gli occhi.

«Te l’ho detto, non ne uscirai mai davvero.»

 
 

C’era un bel mastino

Come primo approccio, vorrei proporre questo racconto: parla dell’amicizia che si crea tra due ragazzini, cresciuti in una campagna e in un tempo indecifrato, lontano dalle tecnologie moderne. Tra le prime difficoltà della loro breve e semplice vita, si avviano insieme all’età adulta.

L’ho scritto qualche anno fa ed è entrato a far parte di un’antologia di racconti pubblicata dal collettivo “L’Alcova letteraria”.

-Sofia