Prima di tutto… Presentiamoci

Ehilà, siamo Sofia e il Merlo Blu, e vi diamo il benvenuto nel nostro blog! Dopo anni di sodalizio abbiamo deciso di crearci il nostro angolo sul web, lanciando la nostra bottiglia tra i milioni di altre bottiglie che infestano l’oceano della produzione letteraria italiana. Se anche solo qualche persona apprezzerà qualcosa di ciò che abbiamo scritto, ci riterremo più che soddisfatti.

Il nostro approccio alla scrittura (e alla vita in generale) è così diverso che ci abbiamo messo un’ora buona solo per accordarci sulle poche righe d’introduzione che avete appena letto. Perciò, ci pare appropriato presentarci individualmente.

Sofia

Sono Sofia Aleandri, nata nel 2002 e studentessa di Giurisprudenza. Sono sempre stata appassionata di scrittura, fin dall’infanzia, ma ho iniziato a dedicarmici seriamente dagli anni del liceo. Mi piace scrivere soprattutto di legami famigliari e storie calate nella realtà contemporanea; tuttavia, a volte mi piace sperimentare e uscire dalla mia comfort zone. Finora mi sono dedicata soprattutto alla scrittura di racconti, ma progetto e spero, in un futuro più o meno prossimo, di pubblicare romanzi. Per farmi conoscere nel mondo dell’editoria, partecipo a molti concorsi letterari, più o meno prestigiosi. Ho raggiunto il mio risultato più importante (per ora) nel 2024, quando sono stata tra i cinque finalisti del Premio Campiello Giovani e ho ricevuto la Menzione Speciale Giovani Imprenditori Confindustria per la Cultura d’Impresa.

Il Merlo Blu

Se fossi un essere umano, come scrittore non sarei granché, ma per fortuna, essendo solo un uccellino, il solo fatto che riesca a mettere due parole in fila è una gran meraviglia. Scrivo da quando ho memoria, ma allo stesso tempo sono sempre pieno di progetti in sospeso, sia di racconti sia di romanzi; amo le ambientazioni surreali e fiabesche e dare forme nuove (e possibilmente più interessanti) alle angosce quotidiane. Ho un paio di romanzi nel cassetto, e sto ristrutturando un terzo: se mai vedranno la luce del sole lo sa solo il Signore.

 
 

In ascensore

Un uomo si trova bloccato in un ascensore sospeso in mezzo al vuoto, indeciso su quale possa essere la scelta peggiore: morire d’inedia o gettarsi nel nulla? O forse potrebbe esserci una terza via…

(scritto il 31 dicembre 2019)

Il Merlo Blu

Tommaso non ricorda esattamente quando è entrato nell’ascensore, né perché. Non ricorda se dovesse scendere o salire, se avrebbe potuto prendere un’altra strada, addirittura se dovesse veramente andare da qualche parte o se vi fosse entrato per sbaglio.

Comunque sia, l’ascensore sta andando verso il basso e il viaggio sta durando troppo, o almeno così gli pare: forse ha semplicemente fretta di arrivare ovunque debba arrivare. Forse c’è qualche malfunzionamento e la discesa, che forse dovrebbe essere una salita, non finirà mai, o almeno non finirà presto. Il primo sentimento che attanaglia Tommaso appena scopre che c’è qualcosa che non va è la frenesia di un animale in trappola. Preme il tasto “stop” decine se non centinaia di volte, ma invano. Dal tasto “stop” si sposta su ogni altro tasto, senza neanche sperare che serva a qualcosa. Niente. A questo punto non gli resta che sospirare, rassegnato, cercando di calmare il suo cuore che ancora batte tanto da fargli temere che potrebbe schizzargli via dal petto da un momento all’altro.

Proprio quando inizia a essere curioso su dove lo porterà questo infinito viaggio, il viaggio smette di essere infinito e l’ascensore si ferma. È arrivato. Tommaso apre la portiera. Davanti a sé, però, non vede nient’altro che nero. Guarda in basso e trova solo il vuoto; sarebbe incorretto chiamarlo abisso, pensa, perché non si trova sotto di sé ma tutto intorno: reggendosi saldamente alla portiera, trova il modo di sporgersi e vede che l’abisso è anche sopra di lui. Mentre si sta ancora sporgendo, guarda di nuovo in basso. Si rende conto di essere stato troppo tempo a fissare il vuoto sotto di sé. C’è qualcosa di stranamente affascinante in quel nero profondo e senza fine, nel suo silenzio e nella sua ordinata tranquillità, nel suo essere un tutto così vasto e uniforme: Tommaso sente che lo sta chiamando, invitando a diventare parte di quel tutto. Continua a sporgersi, ipnotizzato, fino a quando non si trova a un passo dal cadere. Solo allora si rende conto che il vuoto non solo è affascinante, ma anche terrificante. Se si abbandonasse completamente ad esso non potrebbe mai più tornare indietro, e chissà cosa c’è veramente, lì, nel vuoto: si perderebbe, forse morirebbe, e non vuole morire, o almeno non ancora, o così pare.

Tommaso si richiude nell’ascensore, sbattendo la portiera con più forza del necessario. Prova di nuovo a premere qualche tasto, nel vano tentativo di rimettere in moto quell’ascensore ostinatamente immobile. Un polso gli brucia leggermente e solo quando decide di smettere di premere tasti a caso Tommaso lo guarda e vede che la sua camicia, grigia come le pareti metalliche dell’ascensore, è macchiata di rosso proprio nel punto da cui viene quel poco più di un prurito. Alza la manica, con più fatica di quanto si aspettasse, e vede un piccolo taglio sulla sua pelle che ancora sanguina, ma non è niente di cui preoccuparsi, anche se era abbastanza certo che fino a poco prima non ci fosse.

Tommaso si accascia sul pavimento, portando le gambe al petto. Ora che si è fatto così piccolo, l’ascensore sembra ancora più vuoto.

“E ora, cosa posso fare?” È solo, chiuso in un ascensore, sospeso in mezzo al nulla. Come potrebbe restare lì senza morire di fame, di sete, o di semplice mancanza di ossigeno? Non può proprio fare nulla per uscire da quella situazione, oltre a saltare nel vuoto?

Lancia un’altra occhiata al tastierino e gli viene da ridere: da bravo stupido, ha completamente ignorato il tasto di emergenza. Funzionerà, però, se nessuno degli altri funziona? Tanto vale provare, non ha poi così tanto da perdere. Preme il tasto, ma a quella richiesta di aiuto risponde solo altro silenzio. Tommaso torna alla stessa posizione di prima, rassegnato alla fine. Ogni tanto gli capita di guardare la portiera, pensando al vuoto oltre di essa, quel vuoto infinito che lo chiama e invita. Apre la portiera un’altra volta, solo per fissare il vuoto, irresistibile, ma poi torna indietro, con un solo pensiero fisso.

“Verranno a soccorrermi.”

Il taglio di prima si era rapidamente rimarginato, ma una volta rientrato Tommaso si accorge che si è aperto di nuovo, stavolta accompagnato da altri due, più profondi ma non di troppo. È il vuoto a farlo sanguinare, è evidente: si ripromette che vi ritornerà solo se assolutamente necessario.

Inizia a sentirsi la bocca asciutta, eppure non c’è ancora traccia di soccorsi.

Torna a premere il tasto di emergenza, ma invece di ritirarsi al suo angoletto apre di nuovo la portiera, a dispetto di tutti i suoi propositi, per fissare il vuoto, per dimenticare la sete. Lì sì che c’è il vero silenzio, a differenza di quel dannato ascensore, con le sue luci e il loro ronzio, a cui Tommaso ha iniziato a far caso da poco, in realtà, ma da quando se ne è accorto non riesce a non esserne infastidito.

Forse il vuoto potrebbe veramente placare la sua sete; Tommaso si accontenterebbe anche solo se gliela facesse dimenticare.

Ora ha sei tagli, ma non sono poi così profondi, a malapena gli fanno male.

“Verranno a soccorrermi.”

Non riesce più a stare fermo. Ha lo spazio per fare esattamente due passi, e li ha già fatti avanti e indietro per chissà quanti chilometri.

Al chissà quale chilometro si rende conto di essersi sbagliato: quel rumore che pensava fosse il ronzio delle luci è in realtà un insieme di echi, voci di gente che conosce, amici, colleghi, famigliari. Non riesce a capire cosa dicano, ma non gli sembrano affatto sereni: immagina che siano arrabbiati con lui, in effetti chissà da quanto tempo manca… “Almeno si sono resi conto che non ci sono”, pensa.

“Verranno a soccorrermi,” si dice di nuovo, mentre torna a sedersi.

Gli echi si stanno facendo più forti, gli sembrano più vicini, eppure non riesce ancora a capire cosa dicano, né esattamente quali emozioni esprimano. Allunga la mano verso il tasto di emergenza, ma non gli va di alzarsi e raggiungerlo, quindi decide di parlare, pur consapevole che non basterà.

«Sono qui,» dice, neanche troppo convinto: ha troppa sete per mettere tanta foga dietro le sue parole.

Nessuna risposta diretta, ma Tommaso sente l’ascensore smuoversi. Ora sembra che qualcuno lo stia sollevando. “Sono libero! Sono venuti a soccorrermi!”

Tommaso viene accolto da grida di giubilo, risate e sorrisi. Gli viene dato da bere; il suo migliore amico lo abbraccia.

«Non ti azzardare mai più a farmi prendere uno spavento del genere!» lo rimprovera bonariamente. Tommaso gli risponde che è l’ultimo a voler tornare in una situazione come quella.

Presto torna al lavoro con la stessa efficienza di sempre. I sei tagli ancora ci sono, ma sono diventati solo piccole cicatrici: non sente neanche la necessità di nasconderle, tanto nessuno le ha notate.

Qualcosa però è cambiato: tutti sono sempre consapevoli della sua presenza, dopo che è mancato per chissà quanto tempo. Ora tutti i suoi colleghi lo salutano, qualcuno lo invita addirittura a fare pausa pranzo con loro; i suoi amici – neanche lui sa come faccia ad avere ancora degli amici – lo contattano più spesso… ma nessuno osa fare riferimento diretto alla sua passata assenza.

Gli sembra tutto così strano, falso, quasi evanescente. Ha paura di sparire di nuovo. Non vuole sparire di nuovo, ma teme che se dovesse succedere in pochi se ne accorgerebbero, e ad ancora meno persone dispiacerebbe sul serio. Ora è passato più tempo dal suo ritorno, sembra essere tornato tutto come prima. Forse la sua presenza non è poi così importante…

Tommaso apre gli occhi e trova davanti a sé una parete metallica. È di nuovo in ascensore, o meglio, crede di non averlo mai veramente lasciato: è stato solo un sogno.

Gli fa male tutto un avambraccio: ci sono dieci tagli, ora, e tutti sanguinano più che mai. La portiera è spalancata, il vuoto chiaramente visibile in tutta la sua oscurità. Tommaso non ha la forza né la voglia di alzarsi e andarla a chiudere. Ha talmente tanta sete che è tentato di bere il suo stesso sangue.

Gli echi ci sono ancora. Sono vicini, incredibilmente vicini, ma restano sempre solo echi. “Non mi lascerò ingannare,” si ripromette, “non mi addormenterò di nuovo.”

Tra gli echi gli pare di sentire un’altra voce, una che non si sarebbe mai aspettato: la sua. È l’unica di cui riesce a capire le parole, anche se non ne capisce il contesto. Sembra normale, dal tono generalmente allegro e gioviale. Ma come fa a essere lì, in alto, se è ancora nell’ascensore, con il vuoto che lo guarda in faccia? Lo guarda in faccia e gli parla, Tommaso ne è sicuro, le sue parole sono più chiare di quelle degli echi, anche del sé stesso lassù con loro.

«Non verranno a soccorrerti. Neanche sanno che sei qui.»

L’idea che nessuno sappia che è ancora lì, lontano da loro, lo rasserena. Se, in qualche modo, una parte di lui, o una sua copia, è ancora lì sopra, la sua assenza almeno non è un fastidio per nessuno.

Sta ancora sanguinando, i dieci tagli sono ora diventati quindici e il sangue ha iniziato a permeare la camicia e a gocciolare per terra. Non gli va di chiudere la portiera, però. Non ha voglia di alzarsi, e poi il vuoto gli piace: è vasto, è uniforme, e soprattutto parla chiaro.

«Coraggio, vieni da me, nessuno se ne accorgerà.»

«Stai resistendo, ma lo sai anche tu che non puoi resistere per sempre.»

Da quindici a ventuno, da ventuno a ventotto… i tagli sono diventati centoventi, sparsi per tutto il corpo. Gli piace vedersi mentre sanguina e gli piace il sapore del suo sangue, placa la sua sete, ma non riesce neanche ad alzarsi in piedi…

Tommaso è davanti al portone di casa sua. È semiaperto, “davvero mi ero scordato di chiuderlo, l’ultima volta che sono uscito?”Lo apre di più, sporcando la maniglia per colpa di un taglio che percorre tutto il palmo della mano e ancora non si è rimarginato. Viene accolto da un familiare corridoio. È tutto buio, tranne in fondo; dalla sua camera, infatti, arriva uno spiraglio di luce. “Ho anche scordato di spegnere la luce? Che idiota.”

Arriva in camera, la porta è già aperta. Non è vuota: seduto alla scrivania, alla luce della sua piccola lampada, un uomo sta leggendo. Non un uomo qualunque: è identico a Tommaso, o meglio a Tommaso prima che entrasse nell’ascensore, senza tagli, pulito, sereno, completamente assorto nella lettura.

«Chi sei?» gli chiede, dopo un attimo di esitazione: lui, personalmente, odia essere interrotto mentre legge, quindi lo stesso poteva essere vero per il suo sosia. Per questo pensava che si sarebbe infuriato, ma al contrario rimane imperturbabile e gli risponde senza neanche alzare gli occhi dal libro.

«Chi pensi che possa essere, qui a casa tua, con il tuo aspetto? Pensi davvero che sia solo una tua copia?» Chiude il libro, non prima di aver messo il segnalibro; si gira e lo guarda negli occhi, con i suoi stessi occhi.

«Io sono te,» continua. «Ci sarebbe stato qualche problema se fossi rimasto nell’ascensore, non trovi?» Ora che lo vede rivolto contro di sé, Tommaso si rende conto di quanto sia irritante il suo sorrisetto sarcastico.

«Ma come hai fatto ad essere qui, mentre io ero ancora laggiù?»

«“Ero”? Non mi prendere in giro, tu sei ancora lì.»

«Sto sognando di nuovo?»

«Sì.» Il suo sorriso da condiscendente si fa triste. «Non penso che tornerai mai qui, sulla terra, ma non ti preoccupare: finché ci sono io nessuno se ne accorgerà.»

«Ma se dovessi cadere nel vuoto, cosa ti succederà?»

Il suo sosia si fa serio.

«Il vuoto prenderà anche me, e allora sì inizieranno i problemi. Quindi mi raccomando, non buttarti ancora, resisti ancora per un po’.»

«Un po’ quanto?» La voce di Tommaso si è fatta esasperata: anche se al momento non lo ha davanti, l’immagine seducente del vuoto è ancora impressa nella sua mente.

Il sosia torna allo stesso sorriso triste di prima.

«Fino a quando non mi amerà più nessuno. Allora non aspettare un secondo di troppo.»

“Fino a quando non mi amerà più nessuno.”

Con quelle parole riecheggianti nella testa, Tommaso apre gli occhi una seconda volta. Ora la portiera è chiusa, ma i tagli sul suo corpo sono diventati centotrentasei. Deve essersi trascinato nel sonno, perché il pavimento dalla portiera fino al punto dove è ora è tutto macchiato.

Tutto è esattamente come prima: la sua unica compagnia sono gli echi, quello degli altri e il suo… tutto è normale, solo che il suo eco ha iniziato a mischiarsi sempre di più con quello degli altri, Tommaso lo sente sempre di meno.

Invece, qualcosa sta sbattendo contro la portiera. “Come se non sapessi cosa sia.”È il vuoto che lo chiama. Ormai Tommaso riesce a sentirlo anche con la portiera chiusa.

«L’altro te ha mentito: non lo ama nessuno. Vieni da me, non soffrirai più.»

Tommaso è arrivato al limite della sopportazione. Il vuoto ha ragione: anche se la sua eco non si sente più, gli altri vanno avanti tranquillamente con la loro vita. L’altro Tommaso sicuramente aveva solo paura di morire, e adesso lui intende fargli pagare per averlo fatto soffrire così a lungo, dentro quell’ascensore, senza alcun motivo.

Arranca verso la portiera e la apre, non senza fatica. Eccolo lì, il vuoto, immutato, imperturbabile.

«Sono pronto, finalmente,» dice. La sua debole voce si disperde in mezzo a tutto quel nero. «Ma prima voglio chiederti una cosa: perché vuoi proprio me?»

Una risata cupa riecheggia per tutto il vuoto.

«Io? Io non ti ho mai voluto, io non “voglio” mai niente e nessuno. Sei tu che vuoi me. Non sei il primo e non sarai nemmeno l’ultimo: tutti i miseri sprechi di carne e ossigeno come te mi cercano, mi desiderano intensamente, ma spesso sono anche troppo incapaci per raggiungermi, proprio come te.»

Tommaso scruta le tenebre, alla ricerca di qualche altro ascensore, ma non vede nulla.

«Tu sei particolarmente patetico, anche in confronto a loro. Guarda come ti sei ridotto, esitando così tanto.»

La portiera gli si richiude in faccia. Tommaso si volta dal lato opposto e al posto della solita parete metallica trova uno specchio. Non si riconosce subito: l’ascensore lo ha cambiato molto, e non solo in numero di ferite. Ha i capelli in bisogno disperato di un pettine e la barba ha iniziato a ricrescergli in modo particolarmente disordinato; ha gli occhi iniettati di sangue e cerchiati di nero. Sembra un pazzo, forse lo è. Non c’è più nessun’eco, solo silenzio.

È ora, lo sente. Apre la portiera, più deciso che mai: è pronto al vuoto. Si lascia andare, è troppo stanco per avere paura. È fatta, è finita.

Sta per precipitare, quando sente qualcosa – anzi qualcuno – afferrarlo saldamente per un braccio e trascinarlo di nuovo dentro l’ascensore, mentre la portiera si chiude violentemente. Tommaso sente uno scatto, poi l’ascensore inizia a salire.

Si guarda intorno, frenetico: non c’è nessuno oltre al suo riflesso allo specchio, che gli sta sorridendo, confuso, incredulo, speranzoso.

L’ascensore si ferma. Tommaso apre la portiera, piano: non si sorprenderebbe se davanti si trovasse di nuovo il vuoto.

Invece vede la sua casa. Stavolta non è vuota, né buia. Insieme all’altro sé nel soggiorno ci sono alcuni dei suoi amici e dei suoi colleghi. Sono in piedi attorno al tavolo, tutti appollaiati come degli avvoltoi sull’altro Tommaso, l’unico a essere seduto. Anche lui ha tutte le sue cicatrici, non ha bisogno di vederle per saperlo, e ha lo sguardo perso, fisso nel vuoto, forse lo stesso vuoto che il Tommaso dell’ascensore aveva contemplato per tutto quel tempo. Tommaso non è neanche certo se l’altro sé stia ascoltando quello che gli altri stanno dicendo; in realtà neanche lui riesce a sentirli bene.

Si avvicina di più; cala un silenzio gelido nella stanza. Tutti lo fissano, tranne l’altro sé. Il suo migliore amico mette una mano sulla spalla dell’altro Tommaso, come se volesse proteggerlo da lui, sé stesso.

«Lo hai quasi ucciso!» gli urla contro.

La risposta a Tommaso viene spontanea, ricordando quello che gli ha detto il vuoto.

«Non sarebbe stato meglio se ci fossi riuscito?»

«Non ti azzardare nemmeno a pensare una cosa del genere!» Gli occhi del suo migliore amico sono diventati lucidi, ma non lo commuovono come avrebbero dovuto.

L’altro Tommaso si risveglia dalla sua trance. Solleva lo sguardo e accenna una specie di sorriso.

«Non ti preoccupare, non dice sul serio. Non è successo nulla di grave».

Gli amici iniziano a parlare tutti insieme, frenetici. Tommaso è sicuro che l’altro sé non ha sentito una singola parola in tutta quella confusione, che né lui né l’altro lui sopportano.

L’altro Tommaso scatta in piedi, sbattendo entrambe le mani sul tavolo e gridando: «Silenzio!» Nel momento in cui si rende conto di ciò che ha fatto, cerca di recuperare quel fragile sorriso che si era rotto, però è ancora meno naturale di prima.

«Apprezzo che vi siate preoccupati, veramente, credetemi, ma… credo di aver bisogno di restare solo.»

Il silenzio è quasi tangibile.

«Per favore,» aggiunge. È ovvio che stia facendo del suo meglio per apparire calmo, ma la sua voce tremante lo tradisce.

Gli amici si alzano. Tommaso riesce a sentire qualcuno dire “Se hai bisogno di parlare, io sono qui”, forse più di uno, inutile frase fatta che non era altro, e dopo pochi minuti Tommaso è di nuovo solo con sé stesso nella sua casa.

«Ti ho detto di fare attenzione,» lo rimprovera l’altro Tommaso.

«Pensavo che fosse il momento…» Non riesce a finire la frase, vedendo emergere nell’altro sé tutto quell’odio che aveva tenuto dentro fino a quel momento.

«E allora perché non sei andato fino in fondo?» Una domanda appena sibilata, ma piena di veleno.

«Non lo so, qualcosa mi ha tirato indietro.»

L’altro Tommaso sospira.

«Credo di sapere cosa sia,» dice, cercando di recuperare il suo solito tono tristemente gentile e gettando un’occhiata al portone da cui erano appena usciti i suoi amici. A Tommaso viene da ridere. “Si trattiene anche quando è da solo, ora.”

«Non è cambiato niente, vero?» chiede all’altro sé. «Sono ancora nell’ascensore?»

La bocca dell’altro Tommaso si inarca in un sorriso, che però non raggiunge anche gli occhi.

«Te l’ho detto, non ne uscirai mai davvero.»

 
 

C’era un bel mastino

Come primo approccio, vorrei proporre questo racconto: parla dell’amicizia che si crea tra due ragazzini, cresciuti in una campagna e in un tempo indecifrato, lontano dalle tecnologie moderne. Tra le prime difficoltà della loro breve e semplice vita, si avviano insieme all’età adulta.

L’ho scritto qualche anno fa ed è entrato a far parte di un’antologia di racconti pubblicata dal collettivo “L’Alcova letteraria”.

-Sofia